Se segui il mio blog 2spicci, sai bene qual è il nostro motto: “Meno opinioni, più calcoli”. Oggi applicheremo questa filosofia alla macroeconomia globale, analizzando da vicino la locomotiva del mondo. Perché se guardiamo agli Stati Uniti in questo momento, sembra di osservare due paesi completamente diversi nello stesso istante.
Da un lato, i media tradizionali e i politici ci raccontano di un’età dell’oro: mercati azionari ai massimi storici, disoccupazione ai minimi e un Prodotto Interno Lordo (PIL) in costante crescita. Dall’altro lato, se scavi sotto la superficie dei dati aggregati, vedi accumularsi gli stessi identici squilibri che hanno preceduto le più grandi crisi finanziarie della storia.
Quindi, qual è la verità? L’economia americana sta prosperando o è sull’orlo del baratro?
La risposta quantitativa è: nessuna delle due. L’economia USA non sta brillando per salute intrinseca, ma non sta nemmeno crollando (ancora), perché è tenuta in piedi da sei pilastri strategici. Il problema? Su ognuno di essi si stanno allargando vistose crepe strutturali.
In questo articolo analizzeremo questi sei pilastri con i numeri alla mano, per capire come proteggere il nostro portafoglio da quello che potrebbe accadere domani.
Pilastro 1: L’Illusione del PIL e la Spesa in AI di 4 Big Tech
Immagina un paese in cui un’unica gigantesca azienda decide di spendere una quantità astronomica di denaro in un solo progetto. Senza quella singola spesa, l’intero paese entrerebbe immediatamente in recessione. Sembra una follia macroeconomica, vero? Eppure è esattamente ciò che sta accadendo negli Stati Uniti, con la sola differenza che le aziende sono quattro anziché una: Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta.
Nel 2026, questi quattro colossi hanno allocato tra i 660 e i 725 miliardi di dollari in Capex (Capital Expenditure, ovvero spese in conto capitale per investimenti a lungo termine). Per darti una dimensione matematica dell’evento:
- È una cifra superiore all’intero budget militare di Regno Unito, Francia e Germania messi insieme.
- Rappresenta un aumento del 77% rispetto alla spesa dell’anno precedente.
- Circa il 75% di questa montagna di denaro è destinato a una sola cosa: l’infrastruttura per l’Intelligenza Artificiale (GPU, data center, energia). Amazon guida la classifica con circa 200 miliardi, seguita da Microsoft e Alphabet con 190 miliardi ciascuna, e Meta nell’ordine dei 125-145 miliardi.
Il calcolo del PIL truccato
Perché questo è un pilastro che maschera la realtà? Secondo David Sacks (AI Advisor della presidenza), circa il 75% dell’intera crescita del PIL statunitense nel primo trimestre del 2026 è derivato esclusivamente dal Capex legato all’AI.
Se sottraiamo la spesa di queste quattro aziende dal calcolo del PIL, il resto dell’economia americana risulta essenzialmente piatto. Senza il Capex di Big Tech, gli USA sarebbero tecnicamente già in recessione.
Il problema sistemico è duplice. In primo luogo, questa spesa si basa sull’ipotesi che l’AI genererà abbastanza ricavi aziendali nel settore enterprise da giustificare gli investimenti; ma oggi quei ricavi sono lontanissimi dal coprire i costi. In secondo luogo, se l’AI dovesse davvero avere successo e invadere il mercato, colpirà le aziende di software tradizionale e SaaS, le cui valutazioni stanno già crollando. Morgan Stanley stima che il 20-30% dei prestiti di private credit si trovi nei bilanci di queste stesse aziende tradizionali sotto minaccia. È un serpente che si morde la coda: se l’AI fallisce, il PIL crolla per il taglio del Capex; se l’AI vince, rischia di mandare in default il sistema del credito privato che ha finanziato la vecchia tecnologia.
Pilastro 2: L’Effetto Ricchezza (Wealth Effect) del Top 10%
Se l’intera economia americana fosse un ristorante con 340 milioni di clienti, penseresti che il conto venga diviso equamente. Ma i dati della Federal Reserve e di Moody’s ci dicono il contrario: il 10% più ricco delle famiglie americane è oggi responsabile di quasi il 50% di tutta la spesa per consumi del paese. Si tratta della quota più alta mai registrata da quando il dato viene tracciato (1989).
Al contrario, il restante 50% della popolazione (circa 170 millioni di persone) contribuisce solo per una frazione minima ai consumi mensili.
Questa asimmetria si regge sul fenomeno psicologico ed economico chiamato “Effetto Ricchezza” (Wealth Effect):
- Il mercato azionario sale ai massimi storici e il valore degli immobili raddoppia in dieci anni.
- Il portafoglio del 10% più ricco cresce sulla carta (il loro patrimonio netto complessivo è aumentato di circa 40 mila miliardi di dollari dal 2020).
- Anche se non hanno venduto le azioni o incassato denaro reale, si sentono più ricchi e spendono di più in auto di lusso, viaggi e ristrutturazioni.
I consumi personali rappresentano circa il 70% del PIL americano. Di conseguenza, il ricco non sta solo partecipando all’economia: il ricco è l’economia statunitense.
Tuttavia, l’effetto ricchezza è un’arma a doppio taglio. Oggi l’indice S&P 500 viaggia a un rapporto Prezzo/Utili futuro (Forward P/E) di circa 19, ben al di sopra delle medie storiche a 5 e 10 anni. Il mercato è prezzato per la perfezione in un mondo tutt’altro che perfetto. Una correzione fisiologica del 20% (che storicamente si verifica ogni 4-5 anni) cancellerebbe trilioni di dollari di ricchezza in una notte, bloccando di colpo i consumi di quel 10% che tiene in piedi la baracca.
Pilastro 3: Il Debito al Consumo del Restante 90%
Mentre il top 10% spende i guadagni della borsa, cosa fa il restante 90% degli americani per sopravvivere all’aumento del costo della vita? Semplice: usa la carta di credito.
I dati aggregati mostrano un quadro allarmante:
- Il debito complessivo sulle carte di credito negli USA ha raggiunto il record storico di 1,3 mila miliardi di dollari.
- Il settore del Buy Now Pay Later (Compra ora, paga dopo) è diventato un business da 100 miliardi di dollari.
- I prestiti auto subprime sono ai massimi.
Questo debito non serve a comprare beni di lusso, ma a pagare beni di prima necessità: cibo, carburante, bollette e affitto. Ma non si può correre più veloci dell’inflazione usando una carta di credito all’infinito. I tassi di interesse e i limiti di credito impongono un freno. Infatti, i mancati pagamenti sulle carte di credito hanno appena toccato il massimo da 13 anni, le rimesse coatte di auto subprime stanno impennandosi e oltre il 40% degli utenti di servizi Buy Now Pay Later sta saltando le rate.
Con l’inflazione che sta risalendo sopra l’obiettivo della FED (spinta dallo shock petrolifero), i salari reali stanno scendendo di nuovo e la crescita dei consumi può solo ralletare. La classe media sta esaurendo lo spazio di manovra.
Pilastro 4: Il Deficit Pubblico da 2.000 Miliardi all’Anno
Se i privati rallentano, ci pensa lo Stato. Ogni anno il governo federale americano spende circa 2 mila miliardi di dollari in più di quanto incassa con le tasse. Questa enorme iniezione di liquidità a deficit fluisce direttamente nell’economia reale tramite contratti della difesa, progetti infrastrutturali e assegni di previdenza sociale. Se togliessimo questo deficit dal calcolo, l’economia statunitense si contrarrebbe istantaneamente.
Ma mantenere questo stile di vita ha un costo finanziario spaventoso. Gli Stati Uniti hanno accumulato un debito pubblico di 39 mila miliardi di dollari, che cresce al ritmo di 7 miliardi di dollari al giorno.
A causa dei tassi di interesse elevati, la sola spesa per interessi sul debito ha superato 1.000 miliardi di dollari all’anno. Significa che il governo spende circa 88 miliardi di dollari al mese solo per pagare gli interessi, senza rimborsare un solo dollaro di capitale.
Pilastro 5: L’Esorbitante Privilegio del Dollaro
Come può un paese con 39 mila miliardi di dollari di debito e deficit cronici continuare a prendere in prestito denaro senza subire un collasso della propria valuta?
La risposta sta nel suo superpotere: il dollaro come valuta di riserva globale. Quasi tutto il commercio internazionale (petrolio, rame, grano, semiconduttori) viene prezzato e regolato in dollari. Questo crea una domanda praticamente infinita di dollari e, di conseguenza, di titoli di Stato americani (Treasuries), permettendo agli USA di indebitarsi a tassi e volumi che avrebbero mandato in bancarotta qualunque altra nazione della Terra. È quello che gli economisti chiamano “l’esorbitante privilegio”.
Tuttavia, anche questo pilastro mostra crepe importanti. Negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti hanno pesantemente “weaponizzato” (usato come arma) il dollaro, congelando le riserve valutarie ed escludendo dal sistema SWIFT i paesi non allineati (Russia, Iran, Venezuela, aziende tech cinesi).
Questo ha spinto il resto del mondo a cercare attivamente vie di fuga:
- I paesi BRICS (con i nuovi membri del Medio Oriente e Africa) stanno costruendo sistemi di pagamento alternativi.
- La Cina e l’Arabia Saudita regolano parte del commercio di petrolio in Yuan; l’India acquista petrolio russo in Rupie.
- Le banche centrali mondiali hanno acquistato quantità record di oro nel 2022, 2023, 2024 e ancora nel 2026, portando il prezzo dell’oro a crescere di oltre l’80% negli ultimi due anni. Non sono i piccoli risparmiatori a spingere l’oro, ma gli Stati sovrani che diversificano per non dipendere da una valuta di cui non si fidano più.
Pilastro 6: La Rete di Sicurezza Politica e il Cigno Nero in Iran
Nonostante tutti questi squilibri matematici, perché i mercati finanziari continuano a salire? Perché gli investitori credono ciecamente nella cosiddetta “Rete di Sicurezza Politica” (un’estensione del famoso Fed Put).
La convinzione radicata negli ultimi 15 anni è che, in caso di forte crollo dei mercati, la Federal Reserve e il governo interverranno sempre tagliando i tassi, stampando moneta o emettendo decreti d’emergenza per salvare la situazione. Il rischio finanziario reale è stato quasi cancellato dalla psicologia degli investitori, convinti che ci sarà sempre un salvataggio pubblico.
Ma questa rete di sicurezza ha un limite invalicabile: può curare le crisi di liquidità finanziaria, ma non può stampare materie prime o risolvere uno shock dal lato dell’offerta.
Ed è esattamente questo il test supremo iniziato il 28 febbraio di quest’anno, con l’avvio delle operazioni militari statunitensi in Iran. Il conflitto in Medio Oriente ha scatenato un’impennata del prezzo del petrolio del 45%, facendo tornare l’inflazione a correre e colpendo contemporaneamente tutti e sei i pilastri dell’economia americana.
Meno opinioni, più calcoli: cosa deve fare l’investitore?
La macroeconomia americana ci insegna che non dobbiamo fidarci dei titoli sensazionalistici del PIL o dei massimi storici dell’indice S&P 500 se questi sono drogati dal Capex di sole 4 aziende e dal debito pubblico.
Da investitori quantitativi, ecco le lezioni pratiche da portare a casa per il nostro portafoglio:
- La diversificazione geografica non è opzionale: Concentrare il 100% del proprio portafoglio azionario sugli USA (magari tramite un ETF S&P 500) espone a un rischio di concentrazione estremo su pochissime Big Tech e su una valuta, il dollaro, sotto pressione geopolitica.
- L’oro ha un ruolo strutturale: L’accumulazione da parte delle banche centrali conferma che l’oro fisico o gli ETC legati all’oro sono coperture fondamentali contro la svalutazione monetaria e il rischio geopolitico.
- Pianifica con prudenza: Se utilizzi il nostro PAC: Calcolo Piano di Accumulo o il Calcolo Rendimento Necessario per Obiettivi, non ipotizzare rendimenti azionari futuri a doppia cifra basandoti solo sull’ultimo decennio d’oro americano. Inserisci stime più prudenti (es. 5-6% reale) per proteggere i tuoi obiettivi di lungo termine.
Ricorda sempre la dura legge della matematica finanziaria: i mercati possono rimanere irrazionali più a lungo di quanto tu possa rimanere solvibile, ma alla fine i nodi dei conti pubblici e dei bilanci reali arrivano sempre al pettine.
E tu come ti stai preparando a gestire il tuo portafoglio in questa fase di transizione macroeconomica? Pensi che il dollaro manterrà il suo status o stai già diversificando i tuoi investimenti? Faccelo sapere qui sotto!

